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ApprofondimentiInteraction design

Ma è davvero interattivo? Breve guida lessicale per giovani artisti.

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Nel mondo dell’arte contemporanea accade spesso di utilizzare termini tecnici, come “immersivo”, “virtuale” o “interattivo”. 

Sono parole che nascono in contesti ben specifici ma poi, nell’uso comune perdono la chiarezza iniziale per assumere un significato molto più vago o per indicare semplicemente che stiamo parlando di qualcosa di innovativo. 

“Tu vuò fà l’americano” cantava Renato Carosone con il suo inconfondibile sguardo sornione. La canzone mi risuona in mente tutte le volte che leggo un testo infarcito di termini tecnici che vuole annunciare chissà quale scoperta, ma che poi, nella sostanza, ci presenta un progetto che, spesso, altri artisti avevano realizzato già anni fa. La pubblicità, si sa, è l’anima del commercio. Sta a chi compra distinguere il fumo dall’arrosto. 

Un vecchio vocabolario

Questo termine è arrivato in Italia negli anni ’90 del secolo scorso, quando nel giro di poco tempo ci siamo ritrovati tutti con almeno un computer in casa. In realtà già esistevano termini simili che in qualche modo hanno facilitato la sua diffusione.

Ad esempio la parola “interazione” era stata introdotta nei laboratori di fisica nucleare per indicare una certa attività tra particelle subatomiche, poi è diventato comune usarla anche per le attività di noi esseri umani. Nel vecchio vocabolario di famiglia, lo Zingarelli del 1971, infatti, quella parola aveva ancora una definizione in ambito prettamente scientifico mentre il sito della Treccani di oggi ne estende il significato alle relazioni tra persone. 

Cercando la parola “Interagire”, invece, si scopre che era già presente nel vocabolario ed era, in qualche modo, già associata al genere umano, mentre il termine “interattivo” era ancora del tutto assente.

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SoundMorphosis – Concerto per pianoforte acustico e console video con Danilo Rea – 2021 – Foto di Francesco Prandoni

Stai lontano dallo schermo!

Fino agli anni ’80, in Italia, l’unico oggetto che aveva le sembianze di uno schermo o di un monitor era il televisore, di cui ce ne era una o al massimo due in tutta la casa. Era una scatola ingombrante che stava ferma immobile nel salotto e trasmetteva immagini senza alcuna possibilità di intervenire se non cambiando canale. Era il televisore a decidere univocamente cosa avremmo visto. “Stai lontano dallo schermo che ti fa male agli occhi!!” – dicevano le mamme spaventate dal vedere i loro figli ipnotizzati di fronte al cartone animato di un manga.

Per questo motivo, quando arrivarono i pc e gli schermi sulle scrivanie, praticamente uguali a piccole televisioni, il fatto che attraverso una tastiera si potesse “decidere” cosa far apparire rendeva l’esperienza di guardare lo schermo completamente diversa.

Si era entrati in un’altra era: si poteva interagire con quell’oggetto e non subirlo come se fosse un oracolo. Con la televisione si guardavano i telegiornali o i film, con il computer si “interagiva”. Lasciamo perdere il fatto di ciò che si poteva fare, in generale, con un computer e soffermiamoci solo sulla percezione delle immagini. Dopo quarant’anni di televisione e quasi il doppio di cinema, lo spettatore per la prima volta disegnava sullo schermo. Ecco perché il termine interattivo veniva affiancato a qualunque prodotto di quel settore. Un software, un sito, un CD, qualunque cosa era interattiva.

Da Studio Azzurro all’Interaction Design

Poi è arrivato Studio Azzurro che ha dato altre definizioni, a mio parere, molto interessanti. “Interazione” è una relazione diretta tra due entità mentre “interattività” è un’interazione intercettata da una macchina. Se due persone si parlano in strada siamo in presenza di un’interazione, se si parlano in una videochat siamo in presenza di interattività.

Tutta qui la differenza? Non è poco, la macchina può registrare quello che diciamo, alterare il contenuto, condividerlo con altri o spiarci. Può anche permetterci di comunicare tra luoghi diversi (l’interazione no), scambiare dati e fare tante altre cose, come tenere in vita una scuola durante una pandemia.

Nell’attuale secolo, grazie anche a quel meraviglioso esperimento italiano che è stato l’Interaction Design Institute Ivrea, è nata la disciplina dell’Interaction Design che studia la relazione tra l’essere umano e la macchina in tutti i suoi aspetti, da quelli psichici a quelli produttivi. Recentemente il termine “Interaction” include anche la relazione tra gli esseri umani attraverso la macchina ed in questo senso si avvicina molto a ciò che Paolo Rosa (Studio Azzurro) intendeva, invece, con interattività. I significati evolvono nel tempo ed è molto difficile dare una definizione unitaria.

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Living Shapes – Spettacolo di danza interattiva, coreografia di Valentina Moar – 2020 – Foto di Nikola Milatovic

Diversi “gradi” di interazione

In ambito artistico si è diffuso, almeno dieci anni fa, il termine “installazione interattiva”.
In questo caso parliamo di una qualsiasi installazione i cui contenuti dipendono dall’azione dello spettatore. Ma in questo caso diventa importante definire anche il “grado” di interazione per evitare di definire interattivo ciò che, in realtà, lo è solo in modo banale.

Se entro in una stanza buia al cui interno c’è una statua e premo l’interruttore della luce, potrei dire che sono di fronte ad una installazione interattiva. In effetti il contenuto di ciò che vedo dipende dall’azione dello spettatore. Se non accendo la luce non vedo nulla, se premo il pulsante vedo una statua.

La differenza è nella complessità dell’azione. Se utilizzo un sistema ottico digitale che traccia il movimento dello spettatore, costui è in grado di interagire attraverso gesti naturali come i movimenti delle braccia. É in grado di specchiarsi in un’immagine di sé elaborata, di animare un mondo di immagini e suoni comportandosi come se stesse interagendo con altri essere umani. In questo caso, e solo in questo, possiamo parlare propriamente di video installazione interattiva.

Cosa significa, dunque, interattivo?

La risposta alla domanda iniziale, come si evince, è una storia lunga trent’anni di cui non si conosce il finale. Ed è questa una delle principali questioni dell’arte digitale: i termini con cui descriviamo le opere, le tecniche, gli stili sono basati su tecnologie che si evolvono molto più rapidamente del lessico comune. Se cerchiamo la spiegazione di un termine, quindi, la si può trovare solo nella sua storia.

Paolo Scoppola

Paolo Scoppola

Interactive Media Artist
Docente di Teorie e Tecniche dell’Interazione, Ambienti Interattivi e Installazioni Multimediali.

Artista multidisciplinare, ha collaborato con centri di ricerca, festival e artisti di livello internazionale quali l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, il Museo delle Scienze di Trento, il pianista Danilo Rea, la coreografa Valentina Moar, la Kaust University in Arabia Saudita, l’Art Science Museum di Singapore e l’Art Museum di Shenzhen.

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