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Luisa Bocchietto, architetto e designer, ospite di Bring Forward il 13 marzo

Luisa Bocchietto, architetto e designer, è il nuovo ospite di Bring Forward. Parole dal futuro, la rassegna a cura di Paolo Casicci che la vede protagonista il 13 marzo alle 19.

Visiting professor presso università e scuole di design, Bocchietto ha lavorato per numerose aziende del settore del mobile realizzando progetti di direzione artistica e di prodotto, stand e allestimenti presso le più importanti fiere del settore. È stata Presidente Nazionale Adi, Componente del Consiglio Italiano del Design e curatrice a titolo personale di mostre in Italia e all’estero per la promozione del Premio Compasso d’Oro.

 

Il design, oggi, sembra avere conquistato ogni spazio. Esistono discipline nuove che contengono la parola design: cavalcano una moda o questa espansione è una vera opportunità?

Il design è uno strumento di cambiamento utilizzato sempre più nei contesti dove si debba progettare con il coinvolgimento di entità trasversali.

La metodologia del design viene utilizzata oggi non solo per creare prodotti, ma anche processi e servizi. In particolare, nell’ambito dell’evoluzione delle città, ha assunto un ruolo sempre più importante, accanto a chi si occupa di architettura o di urbanistica. I servizi per il cittadino sono infatti al centro di una pianificazione che non è più solo fisica, ma anche digitale.

La grafica, la comunicazione e i servizi digitali sono interconnessi dalle app e il design è al centro di questo processo di scambio di informazioni. Non è dunque una bolla, ma una realtà che sarà sempre più evidente e offrirà soluzioni e posti di lavoro, quindi opportunità per i giovani designer.

Come è cambiato negli ultimi anni il rapporto tra le aziende di design e i più giovani?

Le aziende hanno vissuto il ricambio generazionale e il rapporto fiduciario tra imprenditore e designer, che era alla base del successo di molte realtà del settore del mobile, si è diluito nel tempo.

Si pensa, oggi, che tutto possa esser realizzato velocemente; invece fare design d’innovazione richiede tempo, dedizione, pazienza. Le nuove generazioni di imprenditori, che succedono ai loro predecessori, non hanno questa pazienza e forse questa passione; preferiscono affidarsi a firme note che garantiscano risonanza.

Il rischio è l’omologazione delle proposte. Lo vediamo nei fatti, andando al Salone del Mobile. Bisogna dunque rivolgersi a nuove aziende, nate da una visione genuina, che hanno ancora voglia di rischiare e di impegnarsi su nuove sfide, oppure rivolgersi ai molti settori che attualmente necessitano del contributo del design (non fermandosi quindi al solo settore del mobile).

Oggi c’è la percezione che il design autoprodotto sia un filone consistente, ma quanti 30enni che si rivolgono al collectible design riescono poi a viverne davvero?

Me lo domando pure io.

Nel panorama della produzione di design ci sono ormai molte sfaccettature; c’è chi si dedica alla autoproduzione diventando imprenditore in prima persona (il digitale aiuta a raggiungere un pubblico più vasto anche in modo indipendente), c’è chi si dedica all’ “art design” con una produzione numerata (a cavallo tra la produzione artistica e il design industriale), c’è chi insegue la produzione industriale facendo fatica a inserirsi in un mondo che offre visibilità attraverso le riviste, ma non garantisce un ritorno economico concreto.

Il mio suggerimento è di dedicarsi a quei settori più innovativi dove il design può avere un ruolo nel coordinare esigenze diverse e apparentemente lontane tra loro.

Un libro di design e uno non di design che consiglia.

Mi permetto di segnalare il catalogo della mostra che ho realizzato nel 2008 a Caraglio, POP Design – Fuori scala, fuori luogo, fuori schema, edito da Silvana Editoriale, perché è un libro sul prodotto industriale che trasmette con immediatezza il messaggio di un periodo, quello focalizzato intorno agli anni 60, 70 e 80, la Mostra del 1972 The new domestic landscape, manifesto di quest’approccio, ha costituito il lancio internazionale del design italiano.

Un periodo che ho vissuto innamorandomi di molti oggetti che hanno fatto parte della mia vita, della vita di molti della mia generazione, ma che ancora sono delle intramontabili rappresentazioni della storia del design.

Un libro non di design ma attinente, che tratta dei brand è quello realizzato da Matteo Lusiani, un giovane ricercatore che ha creato un podcast in cui ha caricato diverse interviste sul tema e si intitola Il Brand raccontato, edito da Lupetti.

Un’intervista, tra le prime da lui realizzate, mi coinvolge ed ho assistito al crescente successo di un percorso nato dalla visione e perseguito con determinazione; un buon esempio di come si possano sempre trovare nuove strade, vicine alla propria sensibilità.