Interviste

“Una realtà formativa sempre aperta a stimoli nuovi e a rinnovarsi”, Quasar Institute secondo la Prof. Cecilia Anselmi

By Maggio 5, 2020No Comments

“Una realtà formativa sempre aperta a stimoli nuovi e a rinnovarsi”, Quasar Institute secondo la Prof. Cecilia Anselmi

“Quasar Talk” è il ciclo di interviste ai docenti Quasar Institute for Advanced Design: nel quarto appuntamento con la nostra rubrica incontriamo la Prof. Cecilia Anselmi

Architetto, PhD in Composizione Architettonica e Progettazione Urbana. Professore a contratto e coordinatore didattico presso Quasar Institute of Advanced Design di Roma, dove è stata direttore didattico dal 2015 al 2017, insegna Progettazione di interni e giardini, Metodologie della progettazione dal 2009 e coordina il laboratorio tesi del triennale accademico in Habitat Design. Ha svolto in precedenza attività didattica anche presso altre università italiane, tra cui la facoltà di architettura di Pescara e il polo di Piacenza del Politecnico di Milano. Dal 2001 al 2015 è stata titolare dello studio c.a.c.p. (Cecilia Anselmi e Carlo Prati architetti) i cui progetti sono stati oggetto di pubblicazioni, mostre, premi e menzioni in concorsi nazionali e internazionali. Scrive e collabora da anni con riviste e web magazine del settore; ha curato ed è autrice di articoli e diverse pubblicazioni. Per l’Industria delle Costruzioni, un numero interamente dedicato all’architettura Contemporanea in Cile e 3 numeri monografici dedicati al tema del “costruire nel costruito” e all’architettura degli “Innesti, Estensioni e Sovrapposizioni”. E’ autrice del libro su queste stesse tematiche dal titolo “Upgrade Architecture” (Edilstampa) e curatrice di diverse pubblicazioni sull’attività didattica svolta in questi ultimi anni. Nel 2015 inizia una ricerca parallela e indipendente che ibrida critica e grafica attraverso l’elaborazione di collage digitali, la Serie della Linea Rossa, i cui elaborati vengono esposti per la prima volta a Marzo 2018 nella mostra Concetto Lineare presso dMake Art Gallery di Roma.

  • Quando e perché ha deciso di diventare architetto?

In realtà dopo il liceo classico avrei voluto fare scenografia all’accademia di belle arti. Appassionata di cinema sin da piccola, mi sarebbe piaciuto intraprendere quel tipo di percorso professionale. I miei mi sconsigliarono però di iscrivermi all’accademia di belle arti e mi feci convincere ad intraprendere un percorso di studi mirato alla laurea per poi proseguire eventualmente dopo nel cinema. Parlai con professionisti del settore e capii che se volevo lavorare nel cinema avrei dovuto cominciare subito, imparare praticando, mettendomi sul solco di qualcuno, per imparare il mestiere sul campo. Compresi ad un certo punto che in realtà volevo proseguire gli studi e l’idea di cominciare subito a lavorare, settorializzando troppo le mie competenze, rinunciando a un percorso di apprendimento che avrebbe arricchito la mia conoscenza aprendomi forse ad altre opportunità, non mi convinceva più. Decisi quindi di iscrivermi all’università con l’idea che poi se l’interesse per il mondo del cinema fosse rimasto vivo nel tempo, sarei potuta tornare comunque alla scenografia, e che gli strumenti della conoscenza necessari per il progetto di architettura sarebbero poi tornati utili anche per quel tipo di esperienza. In effetti alcuni architetti sono anche scenografi, e gli scenografi a volte anche architetti. Inoltre essendo figlia d’arte, avendo assorbito sin da piccola l’interesse per l’arte e l’architettura, sembrava la cosa più naturale che potessi fare. Durante gli studi poi però, il mio interesse si è spostato dalla scena ricreata della fiction a quella del reale. Rimasi affascinata dagli studi sulla città, l’architettura del paesaggio, lo spazio pubblico, l’architettura in generale come teatro della vita quotidiana vera piuttosto che simulata. Crebbe da parte mia un interesse quasi antropologico nel cercare di comprendere come sono configurati gli spazi dove viviamo. Da lì la mia curiosità per il progetto e l’architettura come organismo, corpo a sé stante dal un punto di vista ingegneristico, che parte di un corpo più grande, la città. Compresi la valenza civica dell’architettura dal punto di vista del suo valore sociale e politico, ma anche la curiosità per il progetto degli spazi dove viviamo, l’equilibrio formale, tra geometrie luce e materie, finiture, superfici e dettagli, sia nella loro configurazione esterna che negli spazi interni. E quanto questi possano diventare un’estensione del nostro di corpo e riflettere le abitudini, i gusti la personalità di chi li abita. Di lì scoprii anche il mio interesse per la storia, per le tracce lasciate dai grandi maestri del passato, per lo studio dei monumenti e le pietre miliari che hanno determinato nel tempo lo sviluppo del pensiero architettonico e di una cultura del progetto che ha portato alle forme delle città, dei territori, delle case dove abitiamo. Ma anche la consapevolezza di una molteplicità di voci espresse nelle diverse correnti, esperienze nazionali e internazionali, ricerche progettuali che hanno accompagnato l’evolversi della storia dell’uomo e che ci permettono oggi di comprendere meglio se non altro, il mondo in cui viviamo; a volte, purtroppo sempre più raramente, anche di trasformarlo in una modalità vitale e positiva. Quando poi ho cominciato a lavorare, all’inizio come tutti, presso grossi studi di architettura o società di ingegneria , ma anche mantenendo una mia autonoma attività condivisa alla pari con altri colleghi, non ho mai perso di vista la mia attitudine verso la ricerca. Nei primi anni del 2000 infatti, in parallelo all’attività professionale e alla partecipazione a molti concorsi nazionali ed internazionali, ho svolto il dottorato di ricerca in progettazione architettonica ed urbana nella facoltà di architettura di Pescara, portando a termine una tesi che aveva come focus l’habitat evolutivo. Ritenevo fondamentale, come del resto tutt’ora , occuparmi dello spazio abitato e dell’architettura necessaria, in relazione all’interazione con gli abitanti e come questa possa anche portare dei cambiamenti, un’evoluzione degli stessi spazi nel tempo.

  • Cosa l’ha spinta ad inserire l’insegnamento nell’ambito della sua carriera?

L’approccio all’insegnamento è venuto naturale e in maniera graduale sin dai primi anni del dottorato cominciando una collaborazione con alcuni dei laboratori in progettazione nella stessa università (Chieti/Pescara) dove ho fatto il dottorato e poi più avanti anche in altre realtà universitarie. Tante le esperienze fatte da quel momento di cui considero fondamentale non solo la didattica ordinaria con una tempistica più dilatata nel tempo, ma anche quelle come workshop o seminari in contesti nazionali e anche internazionali, di più breve durata ma certamente di grande intensità, che mi hanno fatto crescere molto dal punto di vista della capacità formativa. Al Quasar arrivai nel 2009 per una collaborazione all’inizio sporadica che poi negli anni si è consolidata sempre più. Dal 2014 il mio impegno si è progressivamente intensificato non solo nell’attività che ho costantemente portato avanti come docente nei corsi di “interni” e “metodologie della progettazione” e che mi ha permesso di crescere e consolidare in tal senso la mia esperienza negli anni, ma anche vedendomi in ruoli di coordinamento e responsabilità che mi hanno vista sempre partecipe attiva in maniera non indifferente all’evoluzione stessa dell’istituto degli ultimi anni. Dal 2015 al 2017 sono stata direttore didattico e ancora adesso sono coordinatrice del terzo anno e responsabile del laboratorio tesi di Habitat Design, il triennale accademico in cui si studia la progettazione degli interni, il design del prodotto, degli allestimenti e dei giardini. Ritengo di aver dato in questi ultimi 6 anni un contributo importante all’evolversi dell’istituto, che nel frattempo ha avuto l’accreditamento MIUR dal Ministero per rilasciare i CFA ed attivare triennali accademici secondo il sistema AFAM. Questo grazie al grande lavoro di ridefinizione dei programmi didattici e della squadra docenti, iniziata in quegli anni assieme agli altri coordinatori, al professor Todaro come direttore scientifico, in parallelo ad una efficace gestione amministrativa e organizzativa della scuola. Nel frattempo dal 2017, l’istituto ha anche cambiato sede, consolidandosi , anche grazie al lavoro brillante dell’attuale direzione Didattica, come una delle migliori accademie di riferimento nell’attuale palinsesto della formazione romana sul design.

  • Architetto, docente, autrice, curatrice: quale crede sia il filo conduttore della sua ricerca artistica e professionale?

Oltre all’insegnamento in quanto architetto ho 25 anni di esperienza nell’ambito della progettazione a diverse scale di approccio ed intervento. Sia negli interni che nell’edilizia e nella progettazione urbana e ambientale. Ho avuto un mio studio professionale autonomo per circa 10 anni, ho partecipato a numerosi concorsi e a team di progettazione, avendo sempre ruoli di capo progetto sia per quanto concerne le scelte creative e progettuali che per quanto concerne il coordinamento dei team di lavoro anche quando ho lavorato come collaboratrice presso studi di progettazione diversi dal mio. Ho quindi una consolidata esperienza sia nel gestire la complessità del progetto che nel tenere le redini e il coordinamento del gruppo di lavoro. Avendo una comprovata esperienza e propensione alla ricerca e sperimentazione, come detto in ambiti creativi e progettuali, ho anche sempre scritto, collaborato a libri riviste cartacee e on line. I temi a me cari da sempre, non stento a definirle le mie ossessioni, e che seguo con costanza da sempre sono: l’architettura necessaria, l’habitat, il costruire sul costruito, il modificare, trasformare e riadattare l’esistente.

  • Come sta vivendo da docente il cambiamento imposto dall’attuale emergenza sanitaria e il passaggio da una didattica tradizionale a quella online?

Personalmente piuttosto bene. Non ho avuto difficoltà ad adattarmi e imparare l’uso dei portali per la formazione a distanza. Ho, come quasi tutti i miei colleghi, una grande dimestichezza con i software che di consueto usiamo per il lavoro, ma anche con la rete, internet e tutto quello che è digitale. Adattarmi è stato abbastanza naturale. Credo che lo stesso sia per gli studenti. Quello che mi manca e che penso manchi a tutti, docenti e studenti, è il contatto diretto, l’empatia che si mette in atto e che aiuta ad innescare le sinergie che possono nascere solo in aula. Qualcosa di impalpabile, che però accade quando sei inevitabilmente nello stesso luogo, quando condividi gli stessi ambienti, quelli della scuola appunto, teatro anch’essa della nostra vita. Dove possiamo guardarci direttamente negli occhi, disegnare sulla carta, mettere mano ai progetti, ai prototipi, esaminarli assieme, modificarli, revisionarli insieme per continuare ad affinare ed elaborare i progetti. Ma purtroppo questo non dipende da nessuno, se non da una calamità esterna che ci ha obbligati e che si spera passerà presto e ci permetterà prima o poi, anche se forse con modalità diverse rispetto a prima, di tornare a vivere, ad abitare quegli spazi.

  • Passiamo alle due domande di rito. Quale pensa sia il valore aggiunto di Quasar Institute for Advanced Design?

Ritengo che la formazione e anche la professione nei settori creativi debba farsi attraverso la conoscenza della nostra storia e identità di appartenenza, ma anche attraverso la sperimentazione non a porte chiuse in costante aggiornamento su cosa accade all’esterno dell’accademia, nel mondo lavorativo, produttivo creativo proprio per essere al passo con le esigenze reali del mondo, delle realtà nazionali e internazionali, e le richieste del mercato in costante e continua evoluzione. Il Quasar è secondo me una realtà interessante poiché tra le poche, nel contesto in cui siamo, ad essere sempre in aggiornamento ed evoluzione, se pur con un’esperienza collaudata, proprio in questa direzione. Una realtà formativa sempre aperta a stimoli nuovi e a rinnovarsi dove queste premesse sono obbiettivi prioritari da includere nella propria offerta formativa. Fondamentale l’apporto dell’alta specializzazione, professionalità ed esperienza sul campo che viene richiesta ad un corpo insegnanti vasto, debitamente selezionato, che lavora secondo una metodologia di forte integrazione tra discipline con cui si cerca di strutturare la programmazione didattica, anch’essa molto ricca ed articolata in tutti gli indirizzi del design, sempre in sinergia con realtà esterne, rappresentative del mondo imprenditoriale ma anche della cultura, e delle istituzioni private o pubbliche. Questo poiché si ritiene fondamentale studiare, apprendere, imparare a progettare, in maniera aderente a finalità di senso che mantengano un rapporto il più possibile aderente con la realtà. Mai dimenticare che teoria e prassi, in tutte le discipline, soprattutto quelle su cui si basano le professioni creative, dovrebbero andare di pari passo. Questo per rispondere prioritariamente a due ordini di cose: il rispetto di quelle che sono già da tempo le linee guida che regolano gli obiettivi della formazione previsti dalle direttive europee riguardanti gli indirizzi generali della scuola di ogni ordine e grado, quindi anche dell’università e accademie come questa, poi per arricchire l’esperienza formativa di aspetti che potranno tornare soprattutto utili agli studenti ad orientarsi meglio nel mondo del lavoro un domani.

  • Infine, quale consiglio darebbe ai studenti su come affrontare il mondo del lavoro una volta concluso il percorso di studi?

Mi occupo di una disciplina che da sempre si caratterizza come inclusiva, multidisciplinare e complessa e che ci permette di adattarci ed aprirci a diversi campi di applicazione creativa. Più di altre. Consiglio quindi sempre a tutte le persone che sono agli albori nell’intraprendere questo tipo di percorso di formazione e poi di professione, quindi anche ai miei studenti, di mantenere sempre alta la loro curiosità ma anche la loro capacità adattativa. Poiché nella vita potrà essere necessario reinventarsi e imparare sempre cose nuove per poter trovare una propria dimensione ed identità lavorativa soddisfacente. Viviamo in una società e in un tempo storico in cui le certezze acquisite sono rimesse di continuo in discussione e quello che sta avvenendo in questo periodo, non è altro che ennesima conferma in tal senso. Nutrire in prima istanza il proprio spirito quindi, ovvero il proprio intelletto, il mio monito. Ma anche affinare nel tempo la capacità di riconoscere, coltivare e favorire sempre l’attenzione che come progettisti è importante avere alla relazione tra estetica e etica in tutto quello che faranno. Trovare un filo conduttore di ricerca chiaro su cui insistere e attorno al quale costruire nel tempo certamente la propria identità professionale. Tutto questo però lasciando aperti al contempo degli “scampoli di assenza”, delle riserve dove poter coltivare anche altro. Per cercare di essere prima che dei bravi designer, dei cittadini di questo mondo più consapevoli e critici, in grado magari in un futuro, anche di cambiare in positivo il nostro modo di abitare il pianeta e contribuire, si spera, a che questo tipo di professionalità potrà trovare di conseguenza un rinnovato senso di esistere.

Clicca qui per leggere “Enter – Rimappare il futuro per riabitare il pianeta” di Cecilia Anselmi, o clicca qui per ascoltarlo su Spreaker, dal podcast di Fabbricare Fiducia Architettura.