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Alessandro Valenti, direttore di elledecor.it, ospite di Bring Forward il 17 maggio

Architetto con un master a Barcellona e un Phd in Italia, Alessandro Valenti è direttore di elledecor.it e professore di Architettura degli Interni presso l’Università di Genova.

Il 17 maggio alle ore 17:30 AlessandroValenti sarà ospite di Bring Forward. Parole dal futuro, la nostra rassegna di talk a cura di Paolo Casicci.

Gli abbiamo rivolto tre domande.

Un mese fa circa si è chiuso il Salone: esiste, oggi, un’idea di abitare italiano? E, se sì, il design è al suo servizio? 

Credo che l’abitare, inteso come attitudine del genere umano che travalica puntualmente le azioni primarie pur non prescindendole, abbia oggi una complessità difficilmente riconducibile ad un’appartenenza geografica.

Forse un tempo era così, ma non lo è più a causa delle trasformazioni dei modelli di ‘occupazione’ dello spazio domestico dovuti a fenomeni culturali, sociali, etici che non hanno confini e dunque sono trasversali.

Probabilmente è più corretto parlare di un lifestyle italiano, che è direttamente collegato alle proposte delle aziende di design italiane che da tempo ormai puntano non più alla vendita del singolo pezzo, più o meno iconico, più o meno d’autore, ma all’arredamento dell’intera casa nel segno del made in Italy.

Il Salone del Mobile di Milano ne è la testimonianza più concreta.

Come vedi evolvere l’idea di casa? Spesso diciamo che il nostro design e l’interior sono multitasking, parola che hai usato anche tu nel tuo libro: in che consiste questa prerogativa? 

Quando ho scritto quel libro, nel 2017, eravamo in quella che oggi possiamo chiamare era Ante Covid.

Oggi non userei lo stesso aggettivo, piuttosto userei la locuzione casa ultradomestica che meglio esprime il concetto di abitare espanso che ha visto lo spazio domestico riappropriarsi di attività che aveva perduto, a causa di una delocalizzazione delle funzioni che aveva portato alla coincidenza tra città e casa, e ampliare il proprio dominio annettendo azioni che erano assolutamente esterne come il lavoro, lo sport, lo studio e così via.

Il design italiano oggi, che partita gioca? Ha ancora un primato? O forse in un mondo globalizzato queste specificità non hanno senso? 

Il primato riguarda l’industria, la manifattura. E non è una cosa di poco conto: la capacità produttiva delle aziende italiane, unita a una qualità elevatissima, è difficilmente uguagliabile.

Se parliamo di creatività, e il panorama è quello mondiale, la questione va guardata da un altro punto di vista: la necessità di altre estetiche o, se vogliamo, di un’anarchia estetica che sia capace di includere altre culture, altri gusti, altre figure, altre forme, sta portando l’attenzione anche altrove.

Detto questo, credo che la cultura italiana del design, soprattutto dell’industrial design, sia tuttora per molti una fonte di ispirazione.