• en

La Nostra Storia

Andando indietro nel tempo è possibile riconoscere, nell’esperienza personalmente vissuta alle origini del Quasar, moventi […] non dissimili, in fondo, anche da quelli del prof. Keating che ne ”l’Attimo fuggente” invita i ragazzi della Setta dei Poeti estinti – citando Thoreau - a succhiare tutto il midollo della vita.

Non rassegnarsi all’astrazione preventiva, vivere la realtà, sperimentarla, morderla, interpretarla, predisporre modi di analisi e poi, per successivi gradi di distillazione, con l’esercizio della facoltà critica, tras-formarla considerando l’architettura, dalla quale un po’ tutti si proveniva, solo una parte dei possibili campi di espressione del progetto, da riunificare in un’unica realtà. Formulando – insomma - una sorta di teoria unificata della progettualità che applicasse alla trasformazione della realtà - partendo dalla grande varietà delle tecnologie e dei materiali propri di ciascun ambito - principi e metodi critici unificati, frutto di visione olistica e di attitudine umanistica applicati, potenzialmente, ad ogni aspetto della cultura materiale. Senza timore del peso della materia, non accettando il dualismo antinomico materia versus spirito (residuo della distinzione cartesiana tra res extensa e res cogitans) né presunte gerarchie tra i due.

Nacque così, spontaneamente, quasi naturalmente, l’idea di costituire un luogo, un’istituzione, un punto di incontro e di confronto (in una Roma che vedeva la consuetudine, da parte degli studenti e poi dei laureati in architettura, di riunirsi in studi che magari poco avevano di professionale, ma molto di ricerca, discussione e confronto). Ma in questo caso con una propensione duplice: da un lato a desumere dall’attività professionale quel complemento di esperienza operativa assente nell’ambito degli studi universitari, e dall’altro coinvolgere nell’avventura intellettuale e professionale anche giovani in formazione.

Questa seconda intenzione configurava già l’idea di scuola laboratorio disponibile ad accogliere praticanti e collaboratori in un ideale passaggio di testimone generazionale.

I punti qualificanti chiari fin da subito furono:

  • l’interesse per un equilibrato rapporto tra teoria e pratica del progetto
  • la trasversalità dei temi: dalla trasformazione dello spazio fisico alle varie forme di comunicazione visiva e multimediale
  • l’attenzione a programmi di utilità sociale
  • il lavoro comune di studiosi, esperti e giovani in formazione
  • il coinvolgimento del pubblico sui temi della qualità ambientale e dell’espressione artistica
  • il monitoraggio della professionalità raggiunta dagli alumni
Lo Studio Quasar in via di Porta Pinciana n° 10

 

Il primo nucleo di colleghi trovò un punto di aggregazione nel locale su strada al civico 10 di via di Porta Pinciana tra il 1971 ed il 1973. Fu scelto il nome Quasar (anzi, nella primitiva denominazione Quas/ar) sia in riferimento agli oggetti astronomici remoti e fortemente emissivi, sia per il richiamo all’architettura (ar) nonché per un certo fascino fonetico nel pronunciarlo. Lì nel corso di alcuni anni, in una condizione alquanto boemienne, si iniziò a lavorare su alcune prime commesse private prevalentemente di interni, di design e di grafica, e contemporaneamente ad ospitare studenti per lezioni informali, revisione dei lavori di tesi e, più in generale per incontri tra cultori che si trovavano a condividere gli stessi interessi. Alcuni di noi svolgevano – infatti – attività all’interno dell’università e divennero naturale punto di riferimento per gli studenti. Nel frattempo, nel locale a doppia altezza (precedentemente adibito a bottega artigiana) come per dar corpo all’originario genius loci, si andavano progressivamente costruendo le ferrigne strutture destinate ad ospitare lo studio, quasi alla maniera di un romano Merzbau. Altrettanto complesso forse, ma un po’ più strutturato dell’originale di Shwitters. La costruzione progredì lentamente, negli anni, configurando un cantiere perenne, un’opera aperta, in cui all’attività di ricerca e di progettazione si affiancava costante la costruzione, in gran parte realizzata direttamente dai progettisti. L’opera poté considerarsi pressoché conclusa solo verso la fine degli anni ’70 quando si unirono al gruppo originario altri architetti e designer che ancora oggi condividono le sorti del nuovo Quasar.

Le strutture dello studio, visibili dalla strada attraverso la porta vetrata, richiamavano l’attenzione e la curiosità di passanti e stranieri, molti dei quali architetti, che non mancavano di notare forme di affinità con il Centre Pompidou di Parigi allora in costruzione (ma del quale la concezione della nostra piccola opera era comunque precedente anche se di poco).

Il decennio 1977-1987 vide dunque proseguire l’attività dello studio con frequenti nuove immissioni e fuoriuscite di colleghi secondo una dinamica piuttosto frequente negli studi romani del periodo. Nel frattempo andava crescendo l’impegno nella ricerca e nella sperimentazione sia in architettura che nel design e, fatto piuttosto inconsueto per l’epoca in Italia, sul tema del paesaggio.

Progetti di concorso e studi pilota per committenze pubbliche caratterizzano il decennio, unitamente ad un crescente ruolo dello Studio di Porta Pinciana, come anche veniva chiamato, come cenacolo culturale e laboratorio progettuale perennemente invaso da schiere di studenti, giovani collaboratori e stagisti.

 

1987

 

Ad ottobre del 1987 fu deciso di dare una veste ufficiale e più strutturata all’attività formativa, che in modo così spontaneo e naturale si andava ormai associando alla professione, contrappuntandola in un interscambio di esperienze positivo per entrambe.

Un gruppo di studenti fu accolto, per l’anno didattico 1987-’88, con un programma preventivamente concordato per garantire loro, nell’arco di due anni, con incontri quotidiani, lo sviluppo di capacità progettuale nei settori specialistici dell’architettura. Per intenderci quelli trascurati dalla formazione universitaria (almeno fino a quando, in tempi più recenti, saranno introdotti per la prima volta nei programmi universitari dalla riforma Zecchino del 1999) e cioè quelli per interior designer, per industrial designer e per progettista di parchi e giardini.

Non siamo a conoscenza di scuole con origini analoghe, in tempi recenti. In genere l’insegnamento privato nasce da un’intenzione imprenditoriale di matrice lucrativa, insomma come businness, come investimento economico in vista di un rendimento atteso. Completamente diversa l’origine del Quasar. Era interesse degli studenti – ovviamente - apprendere una professione nei campi del progetto in modo colto e consapevole. Era interesse dei professionisti-docenti sperimentare, con le risorse derivanti dalle rette, metodi didattici, verificare teorie progettuali, autoalimentare – insomma – un processo conoscitivo continuo, da riversare nel proprio fare e nella formazione.

A tale diversità genetica rispetto alle iniziative businness-oriented, teniamo particolarmente e ne siamo orgogliosi perché rende la nascita del Quasar più simile – forse – all’origine delle università medievali, quando comunità di docenti e di studenti – universitates appunto – si riunivano, sulla scorta di accordi a regolare i rapporti reciproci, per dar luogo a liberi centri di studio e di produzione del sapere. Questo precedente spiega in gran parte anche la missione che la scuola si è data e la traiettoria seguita negli anni fino ad oggi. Quanti hanno partecipato ai primordi, sia nella veste di docenti e organizzatori, sia di ex-allievi ed ora diversamente operanti ai quattro angoli del mondo, ricordano con piacere quella disagiata, scapigliata, intensa e formativa esperienza, nel magico spazio-laboratorio in cui tutti insieme ed informalmente si aggredivano i temi del progetto.

 

 

Benedetto Todaro, fondatore. Tratto da "De Rerum Design", pag. 17-19.

Scroll Inizio Pagina
× Whatsapp